A mio dire. Italia anni duemila: c’è ancora posto per l’onestà?

Amiatanews (Giuseppe Serafini): Amiata 02/04/2016
Torna di moda, oggi, e se ne parla spesso, la malinconia per quegli anni in cui la vita del parlamentare, non era certo un atelier dove sfoggiare le proprie vanità personali ed il collegio elettorale “istituzione” di un costante dialogo con gli elettori del proprio partito.

Le cronache di questi giorni, continuano a far emergere casi sempre più inquietanti di malaffare, raccomandazioni, mazzette e chi più ne ha… ne metta. A volte penso, che se Antonio Di Pietro, ex magistrato di Montenero di Bisaccia, non avesse gettato la toga di mani pulite alle ortiche, inciampando poi lui stesso in situazioni più che imbarazzanti, avesse continuato la sua opera moralizzatrice, altro che “mani pulite”, oggi dovremmo dire “mani da disinfettare” con appositi prodotti, così da scrostare lo sporco che continuamente vi si deposita.
L’ennesimo caso di “aggiustatina” alla legge, che fa’ comodo in questo caso al proprio “fidanzato”, ce l’ha dimostrata l’ormai ex Ministro Guidi, che ha frettolosamente rimesso il mandato nelle mani del premier Renzi. Tutto questo, in virtù di appalti e profitti legati allo sfruttamento petrolifero, nel profondo sud d’Italia.
Torna di moda, oggi, e se ne parla spesso, la malinconia per quegli anni in cui i due blocchi politici, cattolici e sinistra, erano l’ago della bilancia della situazione nazionale. Sento dire spesso: “… Eh… quando c’erano quei partiti, tutti lavoravano e mangiavano!” In effetti, sugli scranni del Parlamento Italiano, sedeva una classe politica prestigiosa, con grandi personalità provenienti da scuole di partito molto significative. Anche se l’uso della raccomandazione, trovava un comodo posto, si poteva scorgere un rispetto reciproco nei dibattiti parlamentari e l’aula, non era certo un “anfiteatro” con deputati e senatori pronti a tutto per un emendamento. La vita del parlamentare, non era certo un atelier dove sfoggiare le proprie vanità personali; il collegio elettorale di ogni deputato, usufruiva di un costante dialogo con gli elettori del proprio partito.

(Foto www.ilgiornale.it)
(Foto www.ilgiornale.it)

Rileggendo alcune pagine di un bellissimo libro scritto dalla figlia Maria Fida, all’indomani, della tragica uccisione di Aldo Moro, leader storico della Democrazia Cristiana, si percepisce, come il valore della famiglia, dello studio e dell’insegnamento, veniva prima di tutto, travalicando una vita,  fatta di grande servizio e semplicità e di rigore morale. Nei suoi famosi diari, Amintore Fanfani, altro grande figura del cattolicesimo democratico, narra di una grossa lite fatta con la seconda moglie Maria Pia, dopo aver scoperto alcuni conti finanziari personali, finanziariamente legati a titoli governativi.
Altri tempi, si dirà… può darsi; certamente l’Italia, uscita dalla guerra, doveva ritrovare prima di tutto la voglia di ricostruire, di iniziare un nuovo cammino, e uno degli esempi furono proprio le istituzioni e coloro che redassero la Costituzione, pur in una situazione di povertà personale. Basti per tutti, l’esempio del Capo dello Stato Einaudi, che faceva girare e rigirare dal sarto, il proprio soprabito o che durante una cena  ufficiale al Quirinale, divideva la mela con il suo illustre ospite americano.
Oggi, siamo costretti a vedere, una classe dirigente, molto più impegnata a cambiare sedie e posizioni, in virtù di pensioni e vitalizi. Ci spiace, dover constatare, che solo la voce profetica di Papa Francesco, si alza a condannare, una corruzione che “puzza”, come lo stesso Pontefice ha più volte dichiarato. Una corruzione, che ha toccato tutti i gangli della nostra società e che non ha risparmiato nessuno, arrivando perfino a intaccare istituzioni altamente morali, con i suoi rappresentanti, vedi il caso del Cardinale Tarcisio Bertone e i finanziamenti all’Ospedale Pediatrico del Bambin Gesù di Roma.


 

Riprendiamo uno stralcio di un articolo di Vanni Zandonà, pubblicato il 23/12/2011 sul periodico on-line “L’antivrus”, che racconta del suo incontro con Luigi Enaudi, chiedendo proprio dell’episodio della mela…

Luigi_Einaudi

[…..] Il fatto è il seguente: al termine di un pranzo al Quirinale, Einaudi, presa una mela, la divise in due col coltello chiedendo ai suoi prestigiosi ospiti: Per me è troppa, chi vuole l’altra metà?. Un gesto semplice, quasi banale che in sé, però, racchiude un profondo significa­to.
Ormai siamo alla frutta. Il pranzo è riuscito, gli ospiti sono soddisfatti. Einaudi, impeccabile e cortese, afferra una mela dal cesto. Non resisto: “Presidente, quanto era importante quella mela?”. Inizia a sbucciarla:Quel gesto voleva dire una cosa sola: semplicità. Eravamo appena usciti dalla guerra, c’era tanta fame e povertà. Perché gettare del cibo? La poli­tica, soprattutto nei tempi difficili, deve essere austera, mode­sta, sobria e responsabile. È nelle piccole cose che dobbiamo mostrare la sensibilità più grande. Interrompo il silenzio: “Presidente, una fetta di panettone?” – “Piccola… è Natale ma non s’offenda: sa, ad una certa età!”.

Vanni Zandonà

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