A mio dire. L’altro aspetto del monachesimo… oltre il nome della rosa

Amiatanews (Giuseppe Serafini): Amiata 26/02/2016
Il monachesimo, fu un faro per l’uomo e lo spirito anche nella nostra Amiata. Ma tutto il territorio limitrofo ne venne influenzato.
Il più noto romanzo di Umberto Eco “Il nome della rosa”, uno spaccato controverso della vita benedettina.

La morte del grande semiologo, scrittore, giornalista, Umberto Eco, avvenuta qualche giorno fa, ha riportato all’attenzione pubblica, come era del resto prevedibile, il suo romanzo di maggior successo, scritto negli anni 90, “Il nome della rosa”, un thrilling mozzafiato,  ambientato in un’anonima abbazia, in pieno medio evo, dove, alle grandi questioni teologiche, si frammischia il dibattito acceso tra benedettini, francescani, eretici, dolciniani e chi più ne ha, ne metta. Sullo sfondo, un arguto Francescano, Guglielmo di Baskerville, ormai in età avanzata, accompagnato dal fido novizio , l’adolescente Adso da Melk, chiamato a risolvere l’intrigata vicenda, una serie di omicidi tra monaci depravati e terrorizzati, più che dall’avvento dell’anticristo, dall’arrivo della modernità, con la  scoperta e la lettura di antichi testi greci, rigorosamente proibiti. In questo contesto, la convocazione di un grande concilio, in cui sono invitate le massime eminenze “grigie”, benedettine e francescane, chiamate a risolvere  un grande quesito: “Cristo possedeva o non possedeva gli abiti che portava?”. L’ eterno dilemma, tra povertà e ricchezza nella Chiesa nel successo del romanzo di Eco, tradotto in tutto il mondo, a cui seguì, qualche anno dopo, la realizzazione di un film, diretto dal regista francese Jean Jacques Annaud, che, la televisione italiana, ha riproposto in prima serata, qualche serata fa per onorare lo scrittore:
Già, proprio Umberto Eco, in più occasioni, aveva dichiarato di odiare “il suo romanzo”’, la sua creatura. Qualche il_nome_della_rosa_copertinaanno fa, all’uscita del film, ebbi a scrivere qualche considerazione personale, che, proprio in questi giorni, m’è tornata in mente: la visione, data dalle scene del film “Il nome della rosa”, stride fortemente con una millenaria storia del monachesimo, che, oltre ai valori dello spirito, si era impegnato a scendere nella vita comune, apportando tutte quelle scienze e quel modo di  creare, tipico del monaco, secondo la regola di San Benedetto “Ora et lavora”. Le Abbazie, furono fucine dove la cultura, la traduzione amanuense di antichi scritti, la medicina, l’astronomia, la botanica, furono punti di riferimento per l’uomo. Non a caso, dal monachesimo di Benedetto, nacque quell’idea di Europa tanto cara ai grandi europeisti come Schumann, Adenauer e De Gasperi.
Il monachesimo, fu un faro anche nella nostra Amiata. Pensiamo ai Monaci dell’Abbazia di San Salvatore. Al loro lavoro di trasformazione della nostra montagna, con la conversione del patrimonio boschivo e forestale, che vedeva la piantagione di faggi al posto degli abeti. Pensiamo alla Bibbia Amiatina, vero gioiello della nostra cultura. A Piancastagnaio, poi, è opportuno ricordare l’imponente figura di Don Cipriano Vagaggini, monaco Benedettino, formatosi alla famosa Abbazia di Bruges, in Belgio, vanto della nostra cultura nazionale.  Pensiamo ai monaci dell’Abbazia di Monte Oliveto Maggiore, con il loro laboratorio di restauro del libro, dove sono stati operati importanti restauri, vedi la prima edizione della Gerusalemme Liberata di Torquato Tasso, o, ancora, la bellezza indiscutibile di Sant’Antimo e di San Galgano.

Il grande Umberto Eco, laico convinto fino alla fine, che non disprezzava i grandi medioevalisti; anzi, aveva iniziato proprio la sua carriera, con una tesi su San Tommaso d’Aquino, siamo convinti, del grande riconoscimento che in cuor suo avrà riconosciuto a questa grande famiglia della nostra  storia.
A distanza di anni, a mio dire, vorrei… ridire, al grande regista Annaud, che sinceramente, il suo edificio in cartapesta, i suoi monaci pazzi e depravati, non sono la realtà, molto più bella e interessante, vissuta negli anni bui, ma rischiarati da grandi persone.


Vorrei consigliare, la visione di un bellissimo film, “Il grande silenzio”, del regista tedesco Pilip Groning, realizzato nel 2005 presso la grande chartreus, monastero certosino nelle Alpi francesi. Due ore e quaranta minuti di silenzio, rotto solamente dalle stupende immagini, girate dal regista, chiamato direttamente dall’abbate, dopo svariati rifiuti, alla richiesta di poter impressionare nella pellicola, la vita dei religiosi dfi clausura, secolarmente rigidi verso il mondo esterno. La bellezza del film, che valse a Groning il premio al Festival del Cinema di Berlino, fa da sfondo ad una grande esperienza mistica e trascendentale, di ascolto interiore del divino ed arcano mistero di Dio.

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