A mio dire. 2 Novembre: “C’è un tempo per nascere e un tempo per morire”

Amiatanews (Giuseppe Serafini): Amiata 02/11/2016
La celebrazione dei defunti, dovrebbe essere una celebrazione della vita, perché, in fondo, il nascere ed il morire, sono una cosa sola.

Le sagge parole del libro di Qoelet, ci introducono, oggi, commemorazione di tutti i fedeli defunti, alla nostra riflessione mensile. E ci danno ancora una volta, la misura di come il tempo, non sia altro che un rincorrere esperienze, gioie e dolori, dall’alba al tramonto della nostra esistenza.
La morte, infatti, anche se esorcizzata, anestetizzata, resa tragico feticcio da scacciare il più lontano possibile, è il fine ultimo per tutti, nessuno escluso, quindi, parlarne, all’uomo che pensa e vive, deve essere un motivo per vivere bene la propria  esistenza.
Ma la morte, nel tempo che viviamo, viene proiettata con regolare quotidianità nella nostra vita, attraverso i riflessi e le immagini, che i media ci impongono nei momenti più impensati. E questo fa si che la morte e i morti, che a milioni diventano soggetto di cronaca, non abbiano più effetto, sulla nostra vita, perché, l’uomo stesso, crede di possedere un potente antivirus, capace di inibire e metabolizzare il concetto del dolore e del distacco mortale. E invece la morte c’è e da essa “nessun uomo può scappare”, secondo le semplici e belle parole del Cantico dei Cantici di Francesco d’Assisi.
Se l’uomo, fin dalla preistoria, ha cercato di mantenere vivo il culto dei morti e ha lasciato nel passaggio di epoche lontane, un vivo ricordo attraverso la realizzazione di grandi monumenti ed edifici, non è sciolto il doloroso  mistero dell’aldilà, del dopo e, soprattutto della solitudine, nonostante la vicinanza di familiari ed amici, nel supremo istante.
Oggi, le cronache ci narrano vicende impietose, di malati, di quelli cosiddetti “terminali”, che attraversano la soglia della morte lasciati soli in strutture e ricoveri, ultimi alloggi per non condizionare famiglie e bambini. Già i bambini, a cui è vietato sentire parlare della morte; a cui è assolutamente proibita qualsiasi visita in strutture ospedaliere o, peggio ancora, un semplice omaggio al cimitero. Tutto deve rimanere un tabu, alimentando così fantasie che la morte e le morti televisive scatenano e che, come già detto, rendono insensibili anche i più sentimentali. Nel mito e nelle religioni, questo non accade e la speranza di un mondo nuovo oltre la morte, rappresenta la voglia dell’uomo di non arrendersi difronte all’irreparabile. Il grande scrittore, semiologo, saggista, Umberto Eco, in una celebre “Bustina di Minerva”, le piccole riflessioni settimanali che affidava al giornale l’Espresso, in una bellissima considerazione sul tema della morte, affrontava tantissimi temi ad essa connessa partendo da una sua personale esperienza vissuta da piccolo, ospite di un collegio Salesiano, dove, seguendo le  regole di San Giovanni Bosco, ogni sera, si faceva il cosiddetto “esercizio della buona morte”, ovvero la lettura, di un antico pamphlet di origini medioevali, dai toni molto scuri, tetri e lugubri sulla morte e la fine del buon Cristiano. Lo scrittore, agnostico e certamente fuori dalla condivisione cattolica, forse rimpiangeva quel metodo, arrivando a dire che, in fondo, adesso nessuno ama parlare più della morte, mentre sarebbe importante parlarne e rifletterci sopra da vivi, per poter vivere meglio la propria esistenza.

Per questo, quella di oggi, 2 Novembre, dovrebbe essere una celebrazione della vita, perché, in fondo, il nascere ed il morire, sono una cosa sola. Si nasce e si muore. Per il credente, si nasce due volte, in quanto, anche la morte è il parto di una vita nuova. Per tutti, la morte, toglie una presenza fisica, ma, coloro che si sono amati in questa esistenza, entrano nella nostra vita e rinascono ogni qualvolta li pensiamo, li ricordiamo, li amiamo.

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