Lettera a San Filippo

Amiatanews (Giuseppe Serafini): Piancastagnaio 21/05/2015
Lettera a San Filippo

Pubblichiamo e riceviamo dal nostro collaboratore Giuseppe Serafini, una “lettera aperta” a San Filippo Neri.
Parole che ci parlano di un uomo, un “padre”. Filippo Romolo Neri, nato a Firenze nel 1515, si trasferì da giovane a Roma e la sua opera evangelica fu talmente importante, che fu appellato come “il secondo Apostolo di Roma”. Si strinse a se, un umile gruppo di “ragazzi di strada” che scelsero lui come nuovo punto di riferimento, dando loro nuove speranze e prospettive di vita in una città corrotta ed allo sbando, a quei tempi, come ora.
Creò il primo vero e proprio “oratorio”, dove adolescenti e giovani, si ritrovavano avvicinandosi alle celebrazioni liturgiche, al sano divertimento, al canto, alla lettura …,  senza alcuna distinzione tra maschi e femmine. Papa Gregorio XIII°, in quegli anni, riconobbe l’opera di San Filippo e l’importanza dell’oratorio, al punto da definirlo “una vera e propria congregazione”.
Per il suo carattere burlone, Filippo fu anche soprannominato il “Santo della gioia”. Celeberrime le sue frasi sul “Scelgo il Paradiso” e “State buoni, se potete”

La lettera di Serafini, con la sua penna “dolcemente pungente, ma vera”, si rivolge al Santo tra il ricordo, il sorriso ed il pentimento per una società pianese, di cui fa parte, che talvolta ricorda al momento o dimentica del tutto.
Grazie, Marco


Lettera a San Filippo Neri

di Giuseppe Serafini

Carissimo San Filippo, o più semplicemente “Pippo Bono”, come ti definirono i romani, prima e dopo la tua morte. Da secoli, dividi la tua protezione sul nostro paese, “condividendola” per metà anno con l’altrettanto famoso co-patrono San Bartolomeo. Lui ha potuto conoscere di persona Gesù, il Salvatore; tu lo hai conosciuto nel tuo cuore, e questo, come narrano i tuoi biografi,  diventò così grande di ardore per il  Signore, che alla tua morte, rivelò una grande dilatazione che ti fece tanto soffrire. Non a caso, i nostri avi, hanno scelto te, insieme a Bartolomeo, come Santi Patroni. Non a caso, visto che il tuo nome significa “amico dei cavalli”, e i cavalli, ai Pianesi, sono sempre piaciuti, sin nei tempi antichi, quando, in occasione della tua festa, si organizzavano tornei e corse.
Caro “Filippo”, al popolo Pianese sei talmente piaciuto, che ha anche deciso di costruire e dedicarti un oratorio. E quando il tuo culto, divenne celebre, dopo la tua canonizzazione, i Pianesi vollero creare una Congregazione di Fratelli che portasse avanti nel tuo nome, opere di carità ed uno stile di vita che più ti assomigliasse.
Sei considerato il Santo della gioia. Certo, l’immagine che di te si ha, soprattutto nella celebre statua lignea custodita nella Chiesa tua, non rispecchia quel senso di allegria di cui tutti hanno parlato ricordandoti. Forse, Caro Filippo, quando lo scultore Moroder, nel lontano 1938 ti scolpì nel legno trentino, non capì a fondo la protesta dei  pianesi arrabbiati “perché non ti ci vedevano”. Troppo serio. Anche io, avrei fatto la stessa cosa; anche ora preferisco guardarti, nello splendore della grande pala sopra l’altare maggiore nella tua Chiesa. Il tuo volto, “da nonno ormai stagionato”, con la bella barba bianca, mentre in ginocchio, in estasi, contempli la Vergine Maria che ti porge il bambino Gesù. Caro “Pippo Bono”, la tua vita è stata costellata di un florilegio di piccoli episodi, ormai divenuti “fioretti” di un’anima candida e generosa. Di te, si narra il tuo essere “monello incontrollabile” e poi, improvvisamente, preso da estasi e meditazioni sulle cose spirituali. Si racconta che, a otto anni di età, buttasti la tua sorellina più piccola, Elisabetta, giù per le scale perché aveva osato interrompere la tua riflessione. A lei, piccola peste, non risparmiasti dure tirate di trecce. Il tuo guardare nel fondo dell’anima umana, non risparmiava ai poveri penitenti “penitenze” alquanto singolari. Così a Roma, dopo aver ascoltato la confessione di una donna, il quale aveva usato, e di molto, la propria lingua per chiacchiere e calunnie, ebbe da te  il comando di andare, in una giornata ventosa, lungo Trastevere girando al contrario, spennare una povera gallina, tentando di riprendere tutte le penne portate via dal vento.

A  me piace pensarti tornare a casa, verso la tua canonica della “Vallicella”, con le mani alzate, mentre, contento e felice, butti al cielo il tuo berretto a tre punte gridando forte “paradiso… paradiso!…”. Caro “Pippo Bono” dei Pianesi. Il tempo è passato e, anche a Piancastagnaio, si vivono anni particolari. Chissà, oggi , alla vigilia della tua festa, dovremmo anche noi Pianesi, chiederti scusa per alcune cose che, certamente, i nostri avi, non avrebbero fatto: scusa perché anche quest’anno, il giorno della tua festa, continueremo a lavorare, anche per mezza giornata, ben sapendo che essa è riconosciuta come festa patronale a tutti gli effetti; scusa per quelle macchine posteggiate davanti all’ingresso della tua Chiesa, quando potremmo entrare un solo istante a salutarti o almeno fermarci a contemplare per poco il bel portone di legno che narra la tua vita; scusa per non aver troppo insegnato ai nostri figlioli adolescenti quali sono i valori veri che oggi scelgono “altri oratori molto più freddi”; scusa se non abbiamo più tempo e deleghiamo agli altri l’organizzazione della tua Festa annuale, salvo poi lamentarci “non si fa più nulla per S.Filippo!..”

Scusaci se oggi, per proteggerci da grandine, brina, gelo, sole e vento non ti portiamo come un tempo lungo le nostre campagne, ma comodamente ci serviamo di internet e tv; scusaci se invece di camminare con te lungo il nostro paese durante la tua processione, preferiamo stare all’angolo o in piazza a parlare del più o del meno; scusaci se poi, tutto il bene che diciamo di volerti finisce tra fuochi e pallone.

Infine scusaci se Pianesi, non ci riconosciamo più in quella gioia tipica del tuo apostolato: chissà…, tu dall’alto sorridi, e certamente allarghi ancora le tue braccia in senso affettuoso, rimproverandoci dolcemente, come ai tuoi bimbi “…State boni se potete!…”.

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