A mio dire. Quando la politica era un servizio…

Amiatanews (G. Serafini): Piancastagnaio 03/06/05/2015
Le elezioni erano un dovere civile. Un momento di aggregazione tra cittadini.
Si tornava dalle gite appositamente la domenica sera o il lunedì.

Passate anche le elezioni, i nuovi inquilini dei “palazzi regionali” italiani,  usano i mezzi di informazione per riaffermare idee e progetti tanto declamati in campagna elettorale, salvo, poi, giuseppe_serafini_al_telefono_150x113dimenticarseli strada facendo. L’agorà elettorale, cioè la moderna piazza fatta di comunicazioni mediatiche, televisive, cartacee e informatiche, che doveva tacere, salvo poi qualche imprevisto sabato scorso alla vigilia del voto, ufficialmente sta zitta rendendo onore agli eletti, mentre si contano le macerie di una “guerra”, quella appena combattuta, che ha prodotto serie rovine in alcune coalizioni. Resta di fatto, che anche questa volta, “l’unico vincitore “tra i vincitori”. è stato lui, l’assenteismo di quella gente annoiata e delusa da una politica sempre più consona ai propri bisogni personali, che ai bisogni della Polis (dal greco “città”). Un assenteismo che, ormai da troppi anni, viene giustificato in variopinte situazioni: ponte estivo, mare, vacanze, ecc… Non sono qui a fare i bilanci e i conti dei risultai elettorali. Vorrei però prendere ad esempio, parlare di quel vuoto di gente che si è visto all’esterno della scuola Media P. Mazzi di Piancastagnaio (sede dei seggi elettorali), comune dove da sempre vivo, durante il giorno del voto. Essendo ormai quasi sessantenne, ricordo le grandi tornate elettorali a Piancastagnaio: ero piccolo, adolescente e poi giovane fino ad oggi maturo, per una speriamo non tanto lontana pensione (.. Fornero permettendo). C’erano i muretti che separavano i giardini, e da lì, prima dell’intervento dell’architetto Faruk Bawar, le diverse anime della politica pianese, a debita distanza, si riunivano in piccoli gruppi, commentando, chiamando gli indecisi, facendo gli “exit pool” locali, che funzionavano meglio di quelli odierni Piepoli e Pagnoncelli, attuali indovini delle percentuali. La votazione raggiungeva quote bulgare; si arrivava allo spoglio con pochissime persone che non avevano votato e che erano quelle che non potevano, neanche se gli portavi il seggio a casa. A quei tempi, non c’era mare che contava; anzi, se eri partito con nipoti, suocera, moglie e figli, tornavi la domenica sera o il lunedì mattina per compiere il “tuo dovere”. Politica di altri tempi di dirà, forse; ma era politica vera, una politica che iniziava con l’esempio dei grandi. Poteva esistere qualche raccomandazione per un posto di lavoro, senz’altro, ma c’era l’impegno a far si che si lavorasse attivamente per un’ideale in cui si credeva. Anche le feste per sostenere il proprio schieramento politico, avevano il contributo di tutti, e, caso mai, l’unica consolazione, oltre al buon mangiare, era la piccola gioia di aver vinto un premio alla lotteria, magari scommettendo sul maialino indiano che sarebbe entrato nella casetta con il numero del biglietto acquistato. Tutto questo, per dire, che politica, dal greco “Polis”, era uno strumento di servizio per l’intera comunità e il luogo dove si viveva. Oggi, vediamo quello che succede (lo vediamo anche troppo) e le forze politiche, ad ogni tornata elettorale, si interrogano sul perché dei grandi numeri degli astensionisti, di gente che preferisce andare al mare e non ritornare “la domenica o il lunedì”, tanto, succeda quel che succeda, le voci e le scelte dei cittadini e degli elettori, sono sempre meno ascoltate, in virtù di strategie e calcoli molto personali.

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