A mio dire. Noi, che siamo cresciuti col terrorismo.

Amiatanews (G. Serafini): 01/07/2015
Ricordi di gioventù in un bar di Torino
Il terrorismo continua ad insanguinare il mondo.

Era il 13 febbraio dell’ottanta. Poco più che ventenne, mi trovavo da pochi mesi a Torino, per motivi di lavoro. Avevo rinunciato alla scuola, e dopo qualche anno “senza una meta ben precisa”, ebbi il posto che avrebbe preso una gran parte della mia vita e che adesso è quasi arrivato all’età pensionabile. Unica condizione, lasciare gli anni del paese ed immergermi nella realta’ della metropoli “operaia e magica” di Torino.
Arrivato nel settembre del 1979, ebbi come zona lavorativa, la provincia piemontese, e cioe’, la piccola cittadina di Chieri, a pochi minuti di tram dalla citta’.
Erano quelli gli anni della rivolta operaia, della ribellione al sindacato di Luciano Lama con la protesta dei quarantamila a Mirafiori, dei settantamila contro la Fiat, di chi nelle fabbriche, prima della strage di Via Fani, soleva ripetere un’ambigua frase: “né con lo Stato, né ne con le BR!”. Soprattutto, erano gli anni della recrudescenza, ormai in discesa, di un terrorismo italiano che aveva seminato morte e lutti nel paese.
Torino_dallaltoQuel 19 febbraio, stavo ritornando da Piancastagnaio, dopo alcuni giorni di ferie di nuovo in Piemonte, come sempre mi accadeva in quel periodo, con la nostalgia, a volte con il groppo in gola. Allora infatti, le distanze non erano raggiungibili come adesso, i telefonini non esistevano, e, normalmente, tornavi dai tuoi, ogni 4 o 5 mesi.
Erano circa le 15 del pomeriggio, un lunedì di fine inverno, con la classica nebbia torinese. Come sempre mi fermai in Piazza Vittorio Emanuele, la splendida Piazza costeggiata dal Po’, su cui fa da sfondo la bellissima Chiesa della Consolata. Nell’unico bar presente, mi fermai a prendere un caffè, in attesa del tram che mi avrebbe portato a Chieri, nel mio piccolo appartamento in affitto. Dentro il bar, vi erano alcune persone che chiacchieravano, altre che degustavano il caffè; pagai il mio conto e mi affrettati a salire sull’autobus che era nel fratempo arrivato.
Dopo un quarto d’ora ero nel mio piccolo appartamento a disfare le valigie ed avevo acceso la radiosveglia che tenevo sul comodino della camera. Ad un tratto, le normali trasmissioni della radio nazionale, si interruppero, dando spazio ad una notizia del GR straordinario.

Patrizio Peci, si, proprio lui, il brigatista , che poi si pentì dando all’organizzazzione terrorista, in seguito, il colpo finale, con il suo pentimento, che gli costò l’uccisione del fratello Roberto, rapito, e il nome di ”infame”, era stato arrestato assieme all’altro terrorista, Rocco Micaletto, mai dissociatosi dalla lotta armata, proprio in Piazza Vittorio, a Torino, nell’unico bar, e qualche minuto dopo, il mio ”caffe”, prima del tram.
Ricordo ancora, che alla notizia, rimasi immobile, pensando poco dopo, di essere stato, inconsciamente testimone, di un fatto storico di notevole rilevanza. L’arresto, fu organizzato dietro il comando dell’allora generale Carlo Alberto dalla Chiesa, grande eroe dei nostri tempi, che, in quegli anni, comandava la mitica caserma di via Moscova a Milano, e che smantello’ la piu’ grande organizzazzione terroristica , quella delle Brigate Rosse, che aveva insanguinato per tanti anni l’Italia. Il gen. Dalla Chiesa, vittima poi della mafia, dove fu lasciato solo come Prefetto, in una terra infuocata come la Sicilia.

Questo episodio, mi ritornava a mente, in questi giorni, in cui la matrice terrorista, a qualsiasi genere appartenga, sta insanguinando il nostro mondo. Il tributo di sangue di quegli anni, fu immenso. Basti pensare, a tutti quei giornalisti che caddero sotto il piombo delle BR, per aver denunciato gli errori di una “pseudo lotta armata”, senza alcun sbocco. Penso a Walter Tobagi, giornalista del Corriere della Sera, penso a Carlo Casalegno, direttore del quotidiano la Stampa.

Chiudo con una frase, del grande pittore Goya, che in quegli anni tremendi, divenne uno dei temi per gli esaminandi della maturità delle scuole superiori italiane:  ”il sonno della ragione, genera mostri”. Così, anche oggi, la ragione offuscata, non guarda più in faccia né la vita umana, né quello che la ragione ha creato di bello, vedi la distruzione di grande opere d’arte, di testimonianze di intere civilta’, di preziose vite.

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